Associazione Culturale "Insieme per Vernasso"

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Vivi Vernasso: cultura e tradizione unita

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 Quando l’economia era sostenibile 

 


 

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... il piccolo era bello, il formaggio era buono locale equo e solidale, ecologico, democratico, partecipativo e inclusivo, era fatto col latte e il latte era fatto con l’erba, dal punto di vista alimentare eravamo sovrani e autonomi, in crescita felice, con prodotti tipici di filiera corta certificata, a km zero e ricchi di nutraceutici

Enos Costantini


 

Sono queste idee, preconcette e senza basi scientifiche (ma lo sanno questi soloni che il formaggio è un prodotto microbico?), basate su una fiducia illimitata negli economisti ccademici che hanno portato alla rovina un settore con grosse potenzialità economiche. E dietro c’erano i piazzisti di quello che ades-so si chiama agrobusiness.

Nel 1971, esattamente dieci anni dopo, ve-deva la luce una nuova edizione dell’opera suddetta. L’autore, forse perché nel frat-tempo divenuto direttore dell’Istituto di Geografia della Facoltà di Lingue e Letterature straniere con sede a Udine, ha un’opinione completamente opposta circa il formaggio delle latterie sociali friulane (pag. 307): “Il formaggio prodotto è di tipo Montasio, nome che gli deriva dalla maggiore montagna delle Alpi Giulie occidentali: si tratta di un formaggio grasso e poco salato, di cui in Friuli si fa larghissimo uso...”.

E non poteva mancare il ritornello (pag. 308): “... tutto il settore lattiero caseario abbisogna di un riassetto dimensionale, per non rischiare di venire compromesso dalla concorrenza europea”.

Alla bora di Trieste il Valussi dedica tre pa-gine.

Abbiamo compulsato anche altri libri che riguardano la nostra regione, di solito reperiti nelle collane comprendenti tutte le regioni d’Italia. Si tratta di opere di divulgazione, ri-volte prevalentemente a lettori giovani. Ne abbiamo sottomano quattro, rispettivamen-te del 1965 (ancora fieramente irredentista), del 1978 (ma sicuramente scritta qualche anno prima), del 1983 (la più scanzonata) e del 1986. Tutte toccano gli aspetti economici della regione, nessuna menziona le latte-rie sociali. L’ultima, quella del 1986, mette in copertina la bella foto di un ragazzino che allatta al secchio un vitello di razza Pezzata Rossa. E all’interno vi sono un paio di pagine dedicate alle razze bovine locali, ma senza neppur accennare alla loro ricaduta economica attraverso la trasformazione del latte. L’impressione che si ricava è che se gli stu-diosi e i divulgatori di geografia, e di geo-grafia economica, hanno un approccio così superficiale ad un settore fondamentale per la vita del Friuli, ben poco c’è da attendersi da altri, dagli intellettuali, dagli “studiati”, dalle élite che contano. Lo stesso cittadino che si avviava, forse con sua intima e inconscia felicità, a diventare “consumatore”, non comprende la gravità che il crollo dell’economia basata sulle risorse locali poteva avere per il suo futuro.

Einaudi

Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. XVII: Il Friuli – Venezia Giulia è un pondero-so volume di 1440 pagine edito nell’anno 2000 dalla prestigiosa casa editrice Giulio Einaudi, quella dello struzzo che non ha mai messo la testa sotto la sabbia. Volume caro ai progressisti In 1440 pagine, a meno di una nostra svista, non si parla delle latterie sociali ed è una colpa non veniale nei con-fronti delle classi subalterne. Una occasione perduta per illustrare come gli abitanti delle campagne e delle montagne, i lavoratori dei campi e delle malghe fossero stati capaci di una emancipazione che non ha riscontri, per originalità e per diffusione, in altre regioni europee. “Ma non c’è obbligo di essere in-telligenti” (Leo Longanesi).

Il modello eravamo (avremo dovuto essere) noi

Nel  1961  la  nostra  regione  produceva

3.883.413 q.li di latte, per la maggior par-te (93,3 %) nella allora provincia di Udine. Come produzione assoluta avevamo mantenuto il quinto posto dopo Lombardia, Emilia, Veneto e Piemonte. Tale dato va tuttavia relativizzato: la Lombardia è tre volte più grande della nostra regione, l’Emilia Romagna 2,86 volte, il Veneto 2,3 volte e il Piemonte 3,2 volte.

La provincia di Udine veniva messa a con-fronto, onde farla passare per parente po-vera, con le provincie più lattifere d’Italia. Eppure dal confronto usciva a testa alta, es-sendo (dati del 1964) settima dopo Cremo-na, Mantova, Milano, Reggio Emilia, Brescia e Pavia. Udine è per quasi metà montagna e, all’epoca, aveva tutte le Prealpi occidentali che sono praticamente sterili, dove solo alcuni eroi potevano fare il miracolo di spremere latte dalle nude rocce. E l’alta pianura è formata da magredi e terreni non irrigui nonché fortemente drenanti. I friulani di pia-nura, poi, rimanevano attaccati, e ne ave-vano buoni motivi, ad una razza bovina non specializzata come la Pezzata Rossa di origine Simmental. Questa produce meno latte della Frisona adottata a Cremona, ma è un latte che ha una migliore resa in formaggio, tanto quantitativa che qualitativa. Inoltre la Pezzata Rossa era considerata una ottima bovina per la produzione di carne (vacche a fine carriera, vitelloni e manzarde). I friulani di montagna avevano adottato un’altra razza di origine svizzera, la Bruna, anche questa con ottime attitudini casearie e non priva di attitudine carnea.


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

Insomma il confronto con Cremona, che è tutta fertilissima e irrigua pianura, era (avrebbe dovuto essere) completamente a nostro favore. Economisti e tecnici avreb-bero dovuto inchinarsi davanti a quei furlani che riuscivano a fare latte, e tanto, in una situazione oggettivamente più difficile e, non senza avvedutezza, tenevano una razza che faceva meno latte della Frisona ormai yan-kee. Non avevamo i mezzi per comprare e mantenere una fuoriserie, ma con una sgangherata bicicletta, pedalando pedalando, avevamo costruito un’economia. Facendo cun ce che si à. Nella provincia di Cremona il 45 % della Produzione lorda vendibile (Plv) agricola veniva dal latte; nella provincia di Udine il 24 %. Sì, ma nella Plv di quest’ul-tima entravano il vino, la frutta, il legname che Cremona non poteva avere. Era, quindi, una economia più “sicura” perché basata su più produzioni.

Malgrado ciò Udine aveva il 3,78 % della produzione lattiero-casearia nazionale (Cremona il 5,93 %). Per la cronaca: Gorizia lo 0,12% (novantesimo posto) e Trieste lo 0,02 % (novantaduesimo posto).

Malgrado Gorizia e Trieste abbassassero di molto la media, l’intera regione aveva pur sempre una produzione di latte pari a 322 litri per abitante ogni anno, contro la produzione italiana che si attestava a 202 litri per persona all’anno. Una situazione, la nostra, più vicina a quella della Germania che aveva 365 litri / anno per ogni tedesco. QUI 07B Eravamo, insomma, i primi della classe tan-to nella produzione che nella trasformazione del prodotto fatto in forma cooperativa.

Latte di alta qualità casearia e, contemporaneamente, produzione di carne: la quadratura del cerchio. Un esempio virtuoso da pre-sentare nelle altre regioni.

Ma non andava bene, non poteva andare bene: troppo sobrio, troppo basato sulle ri-sorse locali, troppo scarsi gli input di origine extra-aziendale e extra-regionale. Nell’ottica dell’agrobusiness emergente e degli econo-misti al seguito, con trombettieri e turiferari vestiti da tecnici, era un cattivo esempio.

Il modello indicato come esemplare era la Lombardia, regione già in fase di spinta americanizzazione con razza Frisona al seguito.

Lombardia, U.S.A.

Tale modello venne chiaramente indicato nel 1966 quando uscì la relazione della commissione di studio istituita presso l’Assessorato regionale dell’agricoltura (Relazione 1966).

Il documento prodotto da questa commissio-ne, presieduta dal prof. Mario Bonsembiante, non è privo di meriti e di illuminanti statistiche. Non riusciamo a leggervi, però, una “via friulana” al settore lattiero-caseario. Si citano le latterie lombarde che vengono identificate come “avanguardia” (di che cosa?) per la quantità di latte lavorata al giorno e, tormentone di altre relazioni e di successivi convegni, si menziona, con per nulla celata ammirazione, la latteria cooperativa di Sore-sina (Cremona) che poteva lavorare 2.000 quintali di latte al giorno. Vengono sciorinati, poi, esempi presi dalla Svezia, dall’Olanda, dal Belgio e, con relative considerazioni completamente errate, dalla Baviera e dalla Francia.

Avevamo bisogno di un progetto che partis-se dalla nostra realtà, con quello spirito di servizio e quella concretezza che quasi un secolo prima aveva portato un manipolo di progressisti a rivoluzionare la nostra agricoltura, per poi a condurla con mano sicura anche attraverso tempi assai difficili.

I modelli forestieri, reiteratamente presentati negli anni Sessanta e Settanta servivano solo a riempire il vuoto di menti che nulla avevano da proporre. E servivano, altresì, a umiliare i nostri agricoltori per renderli suc-cubi di un pensiero modernista che era solo un’aggressione commerciale. Nessuno diceva che un farmer americano, con tutti i suoi ettari e i suoi trattori non navigava nell’oro.

Il ‘68 delle latterie

Il 23 marzo 1968 si tenne a Udine il con-vegno Prospettive della zootecnia nel Friu-li Venezia Giulia che, come recitano gli atti (Prospettive 1968), fu il “primo convegno zootecnico regionale organizzato dall’Assessorato dell’Agricoltura Foreste ed Economia montana della Regione Friuli - Venezia Giulia. La relazione introduttiva venne tenuta dall’assessore all’agricoltura avv. Antonio Comelli, ma i veri mattatori furono il prof. Mario Bonsembiante dell’Università di Pado-va e il prof. Vittorio Bottazzi dell’Università “Sacro Cuore” di Piacenza. La Regione, an-cora “in erba”, dimostrò quindi la precisa volontà di affidarsi alle università, trascurando quegli esperti locali che erano gli eredi di una lunga, consolidata e gloriosa tradizione. Il dott. Salvino Braidot, indimenticato suc-cessore di Enore Tosi, era tra il pubblico.


 


 


 


 


 


 


 


 

 

Il prof. Bonsembiante, al quale era stato affidato in precedenza lo studio sulla zootecnia della regione sopra menzionato (Relazione 1966), parlò con un minimo di cognizione di causa, ma nascondendosi dietro un continuo sciorinare tecnica e sperimentazione il cui modello era sempre l’America, intesa come U.S.A.: “... in un recente lavoro economico condotto negli stati del Colorado e negli stati della California (sic), che sono forse gli stati più importanti produttori di carne dell’America hanno dimostrato che le dimensioni più economiche per la produzio-ne della carne sono quelle di 10.000 capi di bestiame”. Una straordinaria notizia per gli agricoltori friulani del 1968.

Il prof. Bottazzi, che di Friuli doveva sapere ben poco, parlò molto di uniformazione nella produzione del latte (dovrebbe essere uguale tutto l’anno), di industrializzazione della pro-duzione (allevamenti con almeno 150 - 250 bovine), di produzione di latte per kmq, di concentrazione della trasformazione (“il Friuli ha una struttura prettamente artigianale con una produzione di formaggio che non potrà mai essere sufficientemente uniforme”); parlò molto degli altri stati europei, si intrattenne parecchio sul grana, ma senza neppure tentare un parallelo tra grana e Montasio... Insomma, anche se espressa velatamente e in modo curiale, la parola d’ordine era “concentrare la trasformazione”. Detto in altre parole: chiudere le latterie di paese per farne poche e grandi.

Chi dimostrò di aver mangiato la foglia, e di opporsi alla linea ormai tracciata, fu il dott. Alfeo Mizzau, allora presidente dell’Essicca-toio cooperativo bozzoli di Codroipo. Ecco alcuni stralci del suo intervento (Prospetti-ve 1968, 98-100): “... per quanto riguarda l’ultima relazione, quella del prof. Bottaz-zi, devo dire che non mi impressiono mai quando sento statistiche che riguardano l’estero, o altre provincie italiane. Le statistiche hanno valore quando sono di carat-tere omogeneo. Il dire per esempio che in Olanda si producono 216.000 litri di latte per kmq, mentre in Italia se ne producono

solo 28.470, non significa nulla. Non si può confrontare una campagna dove si pratica soltanto l’allevamento con una campagna dove accanto all’allevamento c’è l’agricoltu-ra di montagna, c’è il frumento, c’è il baco da seta e ci sono altre colture.

C’è un altro punto che mi interessa in modo particolare, come cooperatore: quando si dice che in provincia di Cremona il latte viene lavorato in 23 cooperative pur essendo la quantità prodotta di 2.600.000 q.li, rispetto ai 2.200.000 q.li del Friuli, ed altri che sono stati recentemente in Svezia osser vano che tutto il latte di quello Stato viene lavorato in due - tre centri, ebbene nemmeno di fronte a queste affermazioni resto impressionato. Non mi interessa sapere che in Belgio, in Francia, in Olanda ci sono pochi o tanti centri; vorrei invece conoscere un dato essenziale, cioè il dato economico: quanto ricava il produttore di latte olandese o svedese? e quanto ricava il produttore di latte friulano? [...] 

Recentemente in un convegno avevamo scoperto che le latterie con 14 - 20 q.li pote-vano essere economicamente, non diciamo ottimali, ma economicamente buone. Altri dicono: no, i 20 q.li portiamoli a 200 q.li, 400 q.li, 500 q.li; benissimo, dobbiamo operare per arrivarci, ma il dato economico? Nella relazione del prof. Bottazzi non trovo questi dati economici [...]. Concludendo su questo punto, io non credo nell’agricoltura al mito del colossal

Già Einaudi metteva in guardia della errata convinzione: diveniamo più grandi e avremo sempre costi decrescenti; questo è da dimostrare diceva il grande economista. Non risulta dalla relazione quando i costi sono decrescenti e qual è la misura ottimale”.

Nevertheless, proprio al prof. Bottazzi l’as-sessorato commissionò un approfondito stu-dio che vide la luce nel 1974 sotto forma di un ponderoso volume ciclostilato di 454 facciate col titolo Relazione del gruppo di studio sugli aspetti zootecnici, microbiologi-ci, tecnologici ed economici del settore lat-tiero-caseario della regione Friuli - Venezia Giulia (Bottazzi et al. 1974).

Maledetti casari

Il prof. Vittorio Bottazzi, direttore dell’Isti-tuto di Microbiologia dell’inclita Università “Sacro Cuore” di Piacenza, così si espres-se durante il convegno del 23 marzo 1968: “Oggi il caseificio è diventato un’industria, o sta diventando sempre più un’industria. Come tale ha bisogno di tecnici, non ha più bisogno di personale empirico, non ha più bisogno del casaro tradizionale, ma ha bi-sogno di tecnici profondamente preparati” (Prospettive 1968, 122-23).

È la solita manfrina che abbiamo sentito in quegli anni ripetere anche nel settore vitivi-nicolo. E dietro c’è una posizione ideologica, non tecnica. I casari erano preparati, prepa-ratissimi, altrimenti i soci della latteria li vrebbero mandati via. Empirici?